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L’insostenibile ascesa del precariato

Giovani Democratici

Anche il Governo Renzi sembra ritenere che il problema del mercato del lavoro in Italia sia la rigidità dei contratti. E sceglie di allungare ancora il precariato, penalizzando coloro che promette di aiutare: i giovani e le donne. Senza creare un solo posto di lavoro in più.

Speranza e fiducia aveva promesso Renzi diretto a Palazzo Chigi. La promessa di una grande redistribuzione per i ceti popolari – dieci miliardi per dieci milioni di lavoratori – l’aumento dell’aliquota sulla transazioni finanziarie, il piano scuola. Roba forte, una lezione di riformismo e pragmatismo.

Annuncia la riforma del mercato del lavoro e del welfare. Scegliendo per la prima lo strumento del decreto – necessità e urgenza con la disoccupazione al 12,7% – e per il secondo il disegno di legge. Il dinamismo del giovane Premier si concentra sulla flessibilità: welfare e assegno universale, formazione e contratto a tutele crescenti dovranno aspettare.

Quale impresa stabilizzerà…

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Voglia di Campoformio

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È una soleggiata giornata di marzo, fuori dalla finestra si sentono rumori e parole lontane. Come tuo solito accendi il televisore verso l’ora di pranzo e ascolti distratto il tuo Tg di fiducia, mentre cerchi di procurarti del cibo in cucina; quando ad un certo punto senti una di quelle notizie che ti impediscono di fare qualsiasi cosa tu stia facendo in quel momento. E allora resti li, con la forchetta in mano e il frigorifero aperto, e poco importa se andranno a male tutte le vettovaglie. Fissi quella straordinaria scatola magica, quel sottile specchio multicolore, lo ascolti:

“E se domani tornassimo alla Repubblica di Venezia e al Regno delle Due Sicilie…”

Rimani fermo, immobile, a pensare, mentre una fresca brezza autunnale ti attraversa la schiena e ti pervade. E l’unica cosa che riesci a dire a te stesso è: “Perché?”

“Se ci fosse un referendum per l’annessione della Lombardia alla Svizzera, dell’autonomia della Sardegna o del congiungimento della Valle d’Aosta e dell’Alto Adige alla Francia e all’Austria? Ci sarebbe un plebiscito per andarsene!”
“E se domani i veneti, i friulani, i triestini, i siciliani, i sardi, i lombardi non sentissero più alcuna necessità di rimanere all’interno di un incubo dove la democrazia è scomparsa.”

Lasci finire il servizio, bloccato in quella assurda posizione, vorresti capire, ma non ce la fai. Ti accorgi che è proprio vero che a volte non bastano le parole per descrivere le sensazioni che provi. 
E poi arriva un altro servizio. E questa volta è il mitico Matteo Salvini che ti impedisce di voltarti indietro, dandoti la stangata finale:

“Liberi e indipendenti, da Roma e da Bruxelles! Bravo Grillo.”

Sul momento ti vengono in mente le pagine del tuo vecchio libro di storia e ti confondi tra strani feudi, guerre, rivoluzioni, fissi lo schermo e ci vedi dentro Machiavelli, Carlo VIII, Napoleone, Foscolo e i Colli Euganei (così, tanto per ricordare quanto eravamo liberi e indipendenti). E te ne stai li, muto, a chiederti il perché ti siano venute in mente quelle strane e sparute immagini, proiettate dal tuo subconscio. In seguito, ti chiedi come si fa, nel 2014, a predicare ancora idiozie del genere, come è possibile stuprare centinaia di anni di storia e storpiare a proprio piacimento significati lontani, ti chiedi come si fa a raccontare il nulla, a vivere in un’altra epoca, e ti chiedi come fa certa gente (o ggente) a crederci. Domande scontate, trite e ritrite, che ti sei fatto più volte, più o meno in situazioni simili a questa, e che ormai dovresti evitare di farti. Per un’istante un dubbio straniante ti assale e, a causa di un ovvio effetto collaterale del relativismo conoscitivo per il quale ti sei sempre battuto, arrivi addirittura a pensare che forse, tutto sommato, sia tu quello che ha qualcosa che non va, che sia tu l’alieno e che magari i leghisti e Grillo siano dei geni incompresi e non dei grandissimi idioti.

Ma tutto questo rimuginare non basta, non sai più quanti minuti siano passati da quando quelle frasi hanno iniziato a pietrificarti, potresti essere li da ore, hai le meningi a pezzi e non sei ancora riuscito a spiegarti molte cose, se non tutte.
Guardi fuori dalla finestra, li dove i suoni si mescolano fino a non distinguersi più, mentre il sole accarezza la stanza, e almeno capisci una cosa… forse è meglio chiudere il frigo.

G.S.

Quei gran festoni alla Camera

bagarre-camera

Cazzotti, urla, spintoni, un intero schieramento politico che scende dagli spalti all’assalto dei banchi di governo, insulti e accuse sessiste e infamanti, un gran festone alla Camera, per poi scorrazzare in giro per il Parlamento a bloccare commissioni a caso. 

La rabbia del “Nuovo” e del “Giusto” passa attraverso il “Siete qui solo perché brave a fare pompini!” dell’On. Cittadino De Rosa e il litigio da scuola elementare tra l’On. Speranza e un On. Cittadino Di Battista molto suscettibile, “Che fai, mi tocchi?”.

“Truffa!”, “Furto ai cittadini!”, “Regalo alle banche!”, sono invece le accuse più civili mosse in questi giorni contro il decreto Imu-Bankitalia, matrice primordiale di tanto caos. Ed è su questo, a mio parere, che dovremmo soffermarci, anche per capire che il “Nuovo” e il “Giusto” sono dalla parte del torto non solo sulle modalità usate per esprimere la propria protesta, ma sulla protesta stessa.

Prima di tutto iniziamo col dire che Banca d’Italia, al contrario di quanto sostengono i custodi delle verità a 5 stelle, non appartiene allo Stato, ma è proprietà di istituti bancari e assicurativi.
Storicamente la banca nasce con un processo di federazione delle banche pre-unitarie, successivamente si decise di non assoggettare l’istituto al Governo, una prassi praticata in molti Paesi in modo da garantire l’indipendenza delle banche centrali (cosa che i grillini saprebbero se avessero mai aperto un libro di economia politica).
Nel 1936 il suo capitale venne fissato al valore di 156 mila euro, 300 milioni di vecchie lire, e a tale valore era rimasto fino a pochi giorni fa. Una valutazione astorica e fuori dal tempo
Inoltre, per effetto delle aggregazioni bancarie degli ultimi vent’anni, le quote che prima erano proprietà di centinaia di casse di risparmio, molte delle quali prima pubbliche e poi privatizzate, si sono concentrate in due grandi gruppi, Intesa San Paolo e Unicredit che controllano rispettivamente il 30% e il 22%. Un oligopolio chiaramente eccessivo, anche se privo di influenza.

Col decreto la banca aumenta il capitale a 7,5 miliardi (l’ammontare è stato definito direttamente da Banca d’Italia, sulla base della rivalutazione di quella parte dei capitale che era legata all’attività di signoraggio) come farebbe d’altronde ogni società chiamata a portare il proprio valore vicino a quello di mercato.
Una rivalutazione che va a favore dei privati proprietari, certo, inquanto azionisti (forse si doveva fare qualcosa al tempo delle privatizzazioni); ma non proprio un regalo, poiché sulle quote rivalutate si dovranno pagare delle tasse che andranno a finire nelle casse statali. Inoltre gli azionisti dovranno portare, in tre anni, le loro quote sotto il tetto del 3%.
Qualcuno verrà a dire che l’operazione non è del tutto lecita perchè anche la Bce all’inizio era contraria, non considerando però che molte critiche provenivano dai Tedeschi, che non vedono di buon’occhio la rivalutazione delle concorrenti italiane.

Ora, il grillino medio sbraita e si indigna anche perché la questione Bankitalia è stata portata in Parlamento insieme al taglio dell’Imu: “È una furbata!”, “Una truffa!”, “Un ricatto!”. Semplicemente un errore grossolano, dal mio punto di vista, che ha offerto i fianchi alla rivalsa dell’antipolitica e che poteva essere evitato. Tuttavia il custode delle verità assolute pentastellate non considera, o semplicemente non ricorda, o magari non lo sa, che per tagliare la seconda rata dell’Imu servivano circa 2 miliardi e, non potendo alzare altre le tasse, si è optato per un aumento al 130% dell’acconto Ires e Irap versato proprio da banche e assicurazioni al fine di colmare parte dei costi. Quindi, lungi da me la parte di difensore dei banchieri, ma le due questioni hanno comunque un pochino di cose in comune… solo un pochino, sia ovvio!

G.S.

Aule senza coscienza

“Se i giovani si organizzano, si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano con i lavoratori e gli oppressi, non c’è scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e sull’ingiustizia.” (E. Berlinguer)

Padova, Via del Santo, Aula B3, esercitazione di macroeconomia. L’aula è affollata, mezz’ora prima della lezione, perché troppo piccola e l’appuntamento è troppo importante per non seguire. Al riparo dalla pioggia battente e dal gelo d’inverno, i più puntuali o più fortunati siedono con i volti impassibili e spenti, mentre la luce fioca non sembra sfiorarli. Qualche scranno vuoto spicca fiero tra la folla, ad emblema lampante di un posto occupato da qualcuno per qualcun altro che deve ancora arrivare. Attendono li, pazienti e annoiati. Un’accozzaglia di storie troppo diverse tra loro, ma in fondo così simili.
Altri arrivano dopo, neanche in ritardo, ma i posti ormai sono tutti esauriti. Si guardano attorno, qualcuno saluta, e piombano nell’aula di fronte, nella disperata ricerca di una sedia da usare. Un gesto istintivo compiuto senza rifletterci molto, un’azione individuale, il soddisfacimento di un proprio interesse.
Sembra la replica di una puntata già andata in onda appena quattro giorni fa, in cui l’aula era più piccola, le sedie aggiuntive ci entravano a malapena, mentre alcuni si accomodavano per terra e altri guardavano dalle finestre. “Meglio dell’altra volta”, qualcuno avrà pensato.

Ma al di là della scarsa organizzazione nella gestione delle aule, che studenti più anziani mi dicono sia un problema storico in quel di “Via del Santo”, a colpirmi è stata la completa apatia e indifferenza delle persone coinvolte nella vicenda. Nessuno, né tra gli studenti rimasti senza posto, né tanto meno tra quelli arrivati prima, ha detto o fatto qualcosa. Nessuno ha pensato di rivolgersi ai propri rappresentanti, di scriverlo su uno di quei social network che tanto amiamo e usiamo fino all’erosione delle tastiere, di scattare un a foto. Sarebbe bastato un commento ad alta voce perché il silenzio generale non mi facesse così tanta impressione. Ma mi sono sentito triste e impotente di fronte al vuoto che ho trovato in quella stanza così colma di gente, di fronte a quell’atmosfera opaca e surreale, ai loro sguardi fissi. E, ancor prima di agire, ho mollato anch’io.

Ventenni così vicini e così lontani, incapaci di comunicare tra loro, di organizzarsi e prendere l’iniziativa. Dov’è finito il movimento degli studenti, la sua coscienza di esistere, la sua storia? Mi chiedevo, osservando studenti difficilmente sovrapponibili a quelli delle passate generazioni che crescevano e conquistavano la propria autonomia attraverso contestazioni, conflittualità e opposizioni serrate.
La demotivazione ha buttato via la forza della protesta, l’apatia ha strangolato la bellezza degli ideali e l’individualismo ha preso il posto di quella che qualcuno in passato avrebbe chiamato coscienza di classe, mentre ovunque brucia osannata la follia del Narciso.
In quelle quattro mura ho osservato la fine di un mondo, che qualche film o libro di troppo mi ha portato alla luce. Naturalmente non è stata la prima volta che ne ho preso atto e non sarà neanche l’ultima, ma questa volta, lo ammetto, sono rimasto più colpito del solito.

G.S.

studenti

EBBENE SI’, SONO A FAVORE DELLA LEGALIZZAZIONE

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Oggi ho avuto il piacere di essere ospitata sulle pagine del quotidiano “Modena Qui”, cercando di innescare una polemica sulla legalizzazione della Marijuana.

Nell’articolo ci si chiedeva se fosse stato uno scivolone o se per caso non sapessi la pericolosità delle droghe.

Ebbene, non è stato uno scivolone e conosco bene la pericolosità delle droghe.

Io credo fermamente che se vogliamo seriamente combattere le dipendenze, la criminalità organizzata sia necessario agire.

La mia opinione non è basata sull’ascolto di Bob Marley, o su abitudini immorali, ma sui fatti.

Complessivamente, il costo fiscale del proibizionismo in Italia dal 2000 al 2005 è stato di quasi 60 miliardi di euro (in media 10 miliardi/anno) .

Mi baso su stime fatte dal Dottor Marco Rossi.

In particolare, tra spese per l’applicazione delle normative proibizionistiche e mancate entrate fiscali, la proibizione della cannabis è costata 38 miliardi euro, 15 quella della cocaina e 6…

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