Quei gran festoni alla Camera

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Cazzotti, urla, spintoni, un intero schieramento politico che scende dagli spalti all’assalto dei banchi di governo, insulti e accuse sessiste e infamanti, un gran festone alla Camera, per poi scorrazzare in giro per il Parlamento a bloccare commissioni a caso. 

La rabbia del “Nuovo” e del “Giusto” passa attraverso il “Siete qui solo perché brave a fare pompini!” dell’On. Cittadino De Rosa e il litigio da scuola elementare tra l’On. Speranza e un On. Cittadino Di Battista molto suscettibile, “Che fai, mi tocchi?”.

“Truffa!”, “Furto ai cittadini!”, “Regalo alle banche!”, sono invece le accuse più civili mosse in questi giorni contro il decreto Imu-Bankitalia, matrice primordiale di tanto caos. Ed è su questo, a mio parere, che dovremmo soffermarci, anche per capire che il “Nuovo” e il “Giusto” sono dalla parte del torto non solo sulle modalità usate per esprimere la propria protesta, ma sulla protesta stessa.

Prima di tutto iniziamo col dire che Banca d’Italia, al contrario di quanto sostengono i custodi delle verità a 5 stelle, non appartiene allo Stato, ma è proprietà di istituti bancari e assicurativi.
Storicamente la banca nasce con un processo di federazione delle banche pre-unitarie, successivamente si decise di non assoggettare l’istituto al Governo, una prassi praticata in molti Paesi in modo da garantire l’indipendenza delle banche centrali (cosa che i grillini saprebbero se avessero mai aperto un libro di economia politica).
Nel 1936 il suo capitale venne fissato al valore di 156 mila euro, 300 milioni di vecchie lire, e a tale valore era rimasto fino a pochi giorni fa. Una valutazione astorica e fuori dal tempo
Inoltre, per effetto delle aggregazioni bancarie degli ultimi vent’anni, le quote che prima erano proprietà di centinaia di casse di risparmio, molte delle quali prima pubbliche e poi privatizzate, si sono concentrate in due grandi gruppi, Intesa San Paolo e Unicredit che controllano rispettivamente il 30% e il 22%. Un oligopolio chiaramente eccessivo, anche se privo di influenza.

Col decreto la banca aumenta il capitale a 7,5 miliardi (l’ammontare è stato definito direttamente da Banca d’Italia, sulla base della rivalutazione di quella parte dei capitale che era legata all’attività di signoraggio) come farebbe d’altronde ogni società chiamata a portare il proprio valore vicino a quello di mercato.
Una rivalutazione che va a favore dei privati proprietari, certo, inquanto azionisti (forse si doveva fare qualcosa al tempo delle privatizzazioni); ma non proprio un regalo, poiché sulle quote rivalutate si dovranno pagare delle tasse che andranno a finire nelle casse statali. Inoltre gli azionisti dovranno portare, in tre anni, le loro quote sotto il tetto del 3%.
Qualcuno verrà a dire che l’operazione non è del tutto lecita perchè anche la Bce all’inizio era contraria, non considerando però che molte critiche provenivano dai Tedeschi, che non vedono di buon’occhio la rivalutazione delle concorrenti italiane.

Ora, il grillino medio sbraita e si indigna anche perché la questione Bankitalia è stata portata in Parlamento insieme al taglio dell’Imu: “È una furbata!”, “Una truffa!”, “Un ricatto!”. Semplicemente un errore grossolano, dal mio punto di vista, che ha offerto i fianchi alla rivalsa dell’antipolitica e che poteva essere evitato. Tuttavia il custode delle verità assolute pentastellate non considera, o semplicemente non ricorda, o magari non lo sa, che per tagliare la seconda rata dell’Imu servivano circa 2 miliardi e, non potendo alzare altre le tasse, si è optato per un aumento al 130% dell’acconto Ires e Irap versato proprio da banche e assicurazioni al fine di colmare parte dei costi. Quindi, lungi da me la parte di difensore dei banchieri, ma le due questioni hanno comunque un pochino di cose in comune… solo un pochino, sia ovvio!

G.S.

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