Renzi, il congresso e la vittoria mutilata

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Il congresso nazionale del Partito Democratico, appena concluso nella sua fase iniziale di consultazione tra gli iscritti, ci consegna due dati a mio parere rilevanti e sui quale vale la pena riflettere.

Il primo è quello dell’affluenza, in caduta rispetto agli scorsi congressi per l’elezione del segretario, con la partecipazione ridotta a soli 300 mila iscritti che si sono recati alle urne contro i circa 500 mila a cui il partito era abituato (nel 2009 i votanti sono stati quasi 467 mila), tutto questo nonostante le forti polemiche sul tesseramento selvaggio. Un dato che rispecchia un clima di appiattimento del confronto politico, mediaticamente focalizzato più sui candidati che sulle proposte, e forse di placida rassegnazione tra gli iscritti; rassegnazione di fronte al pronostico di un risultato più volte dato per scontato e ad una vittoria già annunciata. Ma il calo dell’affluenza dovrebbe anche far sorgere alcune domande sulla vera importanza del tesserato, messo di fatto in secondo piano, dal momento che le primarie dell’8 dicembre, aperte a tutti, sono quelle decisive per l’elezione del segretario e confinano la tessera ad un ruolo marginale e ad un puro valore affettivo.

Il secondo dato è la profonda differenza tra il risultato ottenuto in questa prima fase da Renzi e il pronostico per la fase finale, quella appunto delle primarie aperte. Un risultato che fa riflettere, soprattutto se consideriamo che il futuro segretario di un partito riesce a guadagnare solo la maggioranza relativa (46%) e non assoluta tra gli iscritti di quel partito. Per la prima volta nella storia del PD un segretario si arresta al disotto del 50%, il risultato del sindaco di Firenze cozza infatti contro il 55% di Bersani nel 2009 ed è quasi ridicolo se paragonato al 76% di Veltroni nel 2007. La sua è una vittoria sofferta, striminzita, svilita e mutilata dalla nascita di una condizione politica lampante, ossia che la maggioranza del suo partito non lo sostiene; condizione, forse, che in molti avevano previsto, ma che ora è un dato di fatto e che Renzi rifiuta con forza di accettare.

G.S.

“Parson lavorav…

Citazione

“Parson lavorava con Winston al Ministero della Verità. Era un uomo grassoccio ma dinamico, di una stupidità sconfortante, un concentrato di entusiasmo imbecille, uno di quegli sgobboni adoranti e votati alla più cieca obbedienza sui quali, più ancora che sulla Psicopolizia, si reggeva la stabilità del Partito.”
(G.Orwel, 1984)