La commedia è finita, applaudite!

marino

Una Panda rossa che scorrazza liberamente per le vie a traffico limitato, un funerale mafioso opulento e teatrale, l’accusa di essersi imbucati ad una visita di Stato per finire con una serie di bugie su alcuni scontrini. Sullo sfondo una città magnifica, ma paralizzata dal traffico, dall’immondizia e dalla corruzione. Se solo Woody Allen non fosse occupato con uno dei suoi film, sono sicuro che riuscirebbe a trarre magnifico spunto da questa storia, sempre che non l’abbia già fatto.

Il sindaco Marino si è dimesso, lasciando dietro di se un sipario non del tutto calato. Solo due giorni fa il prefetto Gabrielli, ostentando grande destrezza nel muoversi tra la banalità della vita quotidiana, ha tenuto a puntualizzare che non ci sono rischi per il Giubileo, dal momento che Roma “sta in piedi da duemila anni” (grazie, ora che lo sappiamo siamo tutti più tranquilli).

Ma le frasi banali e gli episodi comici non sono mai mancati in questa vicenda, come già accennato. Da Alemanno intento a starnazzare contro una misera Panda in ZTL, salvo poi scoprire che era immerso fino al collo nel disastro di Mafia Capitale, al Monsignor Paglia che, interpellato da un Renzi palesemente finto (e vorrei trovare un modo per far trasparire una nota di sospetto da quel “palesemente”), accusa Marino di essersi imbucato all’incontro mondiale delle famiglie a Philadelphia.

I rapporti tra Marino e il Vaticano, si sa, non sono mai stati buoni, sarà per quel peccato originale commesso con il registro delle unioni civili. Tuttavia la dichiarazione del Papa, con cui ha chiaramente voluto comunicare che il sindaco di Roma non era mai stato invitato, né da lui né dagli organizzatori, a primo impatto mi è sembrata esagerata. Come se Marino fosse un pericoloso criminale la cui presenza non era gradita e dal quale urgeva prendere le distanze. Così come mi è sembrata esagerata la nota dell’Osservatore Romano all’indomani delle dimissioni, una scomunica netta, attraverso parole mai usate nei confronti di un’amministrazione.

Per quanto riguarda le reazioni della politica, sulle dichiarazioni della destra romana e nazionale credo sia meglio non esprimersi, per ovvi motivi di decenza, ma ho trovato molto banale anche l’atteggiamento assunto dal PD e dai suoi vertici, con un Renzi che continuava a dire “ci fidiamo di Marino, ma ora deve governare”, quasi a dirottare il discorso sull’inabilità alla carica dal sindaco di Roma. Mi chiedo se, senza l’eredità di Mafia Capitale, il nostro premier si sarebbe posto lo stesso problema negli stessi termini, così come notoriamente se lo pone in ogni singolo comune amministrato dal PD. Anche il commissario Orfini non è stato da meno quando, dopo aver ricevuto da Fabrizio Barca la lista dei circoli PD a rischio, ha pensato bene di incrociare quei dati con un’altra lista “interna” prima di agire, come a dire “dai, fammi vedere quali sono i circoli sacrificabili e quali fa comodo mantenere così”.

Di un comico dissacrante però è il finale di questa storia, che sembrava non potersi concludere. Non che il motivo per cui Marino si sia dimesso non faccia già sorridere, quei 20.000 euro messi a confronto con le cifre astronomiche che sono apparse sia nell’inchiesta Mafia Capitale che nei vecchi casi di corruzione risultano ridicoli, ma è più demenziale il modo in cui si sono snodati gli eventi. Inizialmente Marino cade sul principio di non contraddizione “non ho mentito, si ho mentito, no non ho mentito ma pago lo stesso”, successivamente si butta a capofitto nel pozzo del ridicolo, “mi dimetto, ma ho venti giorni per pensarci”.

Ho deciso però di annotare la frase migliore di questa storia, riportandola per intero, tutta per noi. Si tratta ancora di Gabrielli, intervistato da Repubblica, dopo che Marino aveva avuto la brillante idea di citarlo come la sua badante: “A me questa storia della “badante” non piace, con tutto il rispetto per le badanti. E sa perché? Perché quella definizione presuppone una condivisione di responsabilità tra me e il Sindaco. Cosa che non è. Siamo fuori dallo schema Totò, per altro a molti caro. Ha presente? Quando va bene, viva Michele e quando va male in quel posto a Pasquale.”

Ora Marino si è dimesso, la scena è vuota, le luci sono spente e a noi non resta che applaudire.

G.S.

Il futuro dell’Euro e la teoria delle aree valutarie ottimali

Il 1 gennaio del 2015 la Lituania ha adottato l’Euro come moneta nazionale, diventando così il 19° paese dell’eurozona. L’esperimento europeo di un’Unione Economica e Monetaria (UEM), che fino a pochi anni prima della nascita era considerato alla stregua di un sogno visionario, oggi si presenta come un’area valutaria di oltre 300 milioni di abitanti, più popolosa di circa il 10% rispetto agli Stati Uniti. La moneta unica è usata anche da stati non facenti parte né dell’UE né dell’eurozona, in virtù di accordi bilaterali o a seguito di adozioni unilaterali.
L’esperienza europea oggi solleva numerose domande: sul perché si è giunti all’adozione di una moneta unica, che effetti ha avuto tale adozione sulle economie degli stati interni ed esterni all’UEM, quale futuro si prospetta per l’Euro e quali lezioni si possono trarre per altre potenziali aree valutarie, ad esempio il “Mercosur” in America Latina.

Non ci sono dubbi sul fatto che il processo d’integrazione monetaria abbia dato all’Unione Europea, e quindi agli stati che ne fanno parte, una posizione più forte a livello internazionale. Tuttavia è altrettanto innegabile che la sopravvivenza dell’Euro dipenda soprattutto dalla capacità o incapacità che esso ha di aiutare i paesi a raggiungere i propri obiettivi economici.

Nel 1999, lo stesso anno in cui l’Euro iniziò a circolare tra i primi undici stati, l’economista canadese Alexander Mundel vinse il premio Nobel per l’economia, «per la sua analisi della politica fiscale e monetaria in presenza di diversi regimi di cambio e per la sua analisi delle aree valutarie ottimali».
Se pensiamo all’adozione di una moneta unica come alla decisione, da parte di uno o più stati, di fissare il proprio tasso di cambio nei confronti di un’altra moneta, sappiamo che tale scelta può richiedere sacrifici economici, impedendo alla politica monetaria di alleviare l’impatto di shock di vario genere, ma può anche produrre benefici, aiutando, ad esempio, a tenere sotto controllo l’inflazione.
La teoria delle aree valutarie ottimali afferma che i costi e i benefici derivanti dall’adesione ad un’area di tassi di cambio fissi dipendono dal grado d’integrazione economica dei paesi aderenti: più le economie sono integrate, attraverso il commercio internazionale e il movimento dei fattori produttivi, più i tassi di cambio fissi sono convenienti. Riconducendo il discorso in campo europeo: più le economie che usano l’Euro sono integrate, più è conveniente la sua adozione e quindi la sua sopravvivenza.
Questa teoria, formulata agli inizi degli anni sessanta, è ancora oggi di vitale importanza, soprattutto se letta alla luce della crisi che ha attraversato l’eurozona e delle azioni messe in campo per superarla, poiché fa sorgere un dubbio che mina non solo la credibilità dell’Euro, ma l’esistenza stessa dell’UE, prendendo d’assedio le sue istituzioni e gli obiettivi che l’hanno vista nascere: l’Europa è un’area valutaria ottimale?

La caratteristica principale di un’area ottimale è costituita dall’integrazione commerciale tra i partner. Al momento dell’introduzione della moneta unica, la maggior parte dei paesi membri esportava dal 10 al 20% della produzione verso altri membri UE, cifre molto maggiori rispetto a quelle registrate dalle esportazioni verso gli Stati Uniti, ma più piccole se confrontate con gli scambi tra i vari stati federali USA. Tali cifre dunque potevano non essere sufficienti a ritenere l’Europa un’area ottimale a tutti gli effetti.
Tuttavia, le misure adottate in seguito all’Atto Unico Europeo del 1986, per promuovere l’integrazione del mercato, facevano ben sperare e la crescita del commercio dopo la nascita dell’UEM induceva a pensare che l’Euro avesse incoraggiato gli scambi tra i paesi membri, portando l’Europa sulla buona strada.
Uno studio più recente, condotto da Richard Baldwin, del Graduate Istitute of International and Developement Studies di Ginevra, ha ridotto considerevolmente le stime sul commercio all’interno dell’UE, arrivando a definire l’effetto massimo dell’aumento degli scambi dovuti all’introduzione dell’Euro di circa il 9%, circoscrivendo, inoltre, la maggior parte della crescita intorno al 1999, il suo primo anno di vita.

Un secondo fattore fondamentale per l’integrazione economica di un’area è costituito dal libero movimento della forza lavoro. L’Unione Europea garantisce la libera circolazione delle persone, delle merci, dei servizi e dei capitali, ma le principali barriere alla mobilità del lavoro in Europa non sono le ormai inesistenti frontiere. In genere, lingua e cultura giocano un ruolo fondamentale, le differenze tra i tassi di disoccupazione regionale negli Stati Uniti, ad esempio, sono più piccole e meno persistenti rispetto a quelle europee, dove la mobilità del lavoro sembra limitata addirittura all’interno dei singoli paesi.

Un altro elemento da considerare è la somiglianza delle strutture economiche, soprattutto per quanto riguarda la produzione. I paesi dell’area euro producono beni simili, ma con alcune differenze: le regioni dell’Europa Settentrionale possiedono migliori dotazioni di capitale e lavoro qualificato rispetto a quelle meridionali. La domanda principale è se l’integrazione monetaria europea contribuirà a rimuovere queste differenze, ridistribuendo capitale e mano d’opera qualificata, o se le incrementerà, incoraggiando la specializzazione regionale.

Infine, anche la capacità dell’UE di trasferire risorse economiche dai paesi con economie in buona salute a quelli in sofferenza merita una particolare considerazione. Negli Stati Uniti, ad esempio, gli stati relativamente poveri ricevono aiuti finanziari da parte del governo centrale, tali trasferimenti vengono ovviamente finanziati attraverso le tasse, mentre l’Europa attua un federalismo fiscale solo su scala molto limitata, soprattutto a causa di paesi che non vogliono traferire parte delle loro tasse a favore dei paesi più deboli dell’area. Tutto ciò riflette il bisogno di una maggiore integrazione politica oltre che economica.

In ultima analisi, l’Europa è ancora lontana dall’essere definita un’area valutaria ottimale. Affinché questo possa accadere, infatti, sono necessari progressi soprattutto nella creazione di un più integrato mercato del lavoro europeo, nella riforma dei sistemi fiscali e nell’intensificazione dell’unione politica. Ciò è di vitale importanza, poiché la stessa unificazione europea sarà in pericolo se il progetto dell’Euro non riuscirà a garantire prosperità ai paesi che lo adottano.

G.S.

L’insostenibile ascesa del precariato

Giovani Democratici

Anche il Governo Renzi sembra ritenere che il problema del mercato del lavoro in Italia sia la rigidità dei contratti. E sceglie di allungare ancora il precariato, penalizzando coloro che promette di aiutare: i giovani e le donne. Senza creare un solo posto di lavoro in più.

Speranza e fiducia aveva promesso Renzi diretto a Palazzo Chigi. La promessa di una grande redistribuzione per i ceti popolari – dieci miliardi per dieci milioni di lavoratori – l’aumento dell’aliquota sulla transazioni finanziarie, il piano scuola. Roba forte, una lezione di riformismo e pragmatismo.

Annuncia la riforma del mercato del lavoro e del welfare. Scegliendo per la prima lo strumento del decreto – necessità e urgenza con la disoccupazione al 12,7% – e per il secondo il disegno di legge. Il dinamismo del giovane Premier si concentra sulla flessibilità: welfare e assegno universale, formazione e contratto a tutele crescenti dovranno aspettare.

Quale impresa stabilizzerà…

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Voglia di Campoformio

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È una soleggiata giornata di marzo, fuori dalla finestra si sentono rumori e parole lontane. Come tuo solito accendi il televisore verso l’ora di pranzo e ascolti distratto il tuo Tg di fiducia, mentre cerchi di procurarti del cibo in cucina; quando ad un certo punto senti una di quelle notizie che ti impediscono di fare qualsiasi cosa tu stia facendo in quel momento. E allora resti li, con la forchetta in mano e il frigorifero aperto, e poco importa se andranno a male tutte le vettovaglie. Fissi quella straordinaria scatola magica, quel sottile specchio multicolore, lo ascolti:

“E se domani tornassimo alla Repubblica di Venezia e al Regno delle Due Sicilie…”

Rimani fermo, immobile, a pensare, mentre una fresca brezza autunnale ti attraversa la schiena e ti pervade. E l’unica cosa che riesci a dire a te stesso è: “Perché?”

“Se ci fosse un referendum per l’annessione della Lombardia alla Svizzera, dell’autonomia della Sardegna o del congiungimento della Valle d’Aosta e dell’Alto Adige alla Francia e all’Austria? Ci sarebbe un plebiscito per andarsene!”
“E se domani i veneti, i friulani, i triestini, i siciliani, i sardi, i lombardi non sentissero più alcuna necessità di rimanere all’interno di un incubo dove la democrazia è scomparsa.”

Lasci finire il servizio, bloccato in quella assurda posizione, vorresti capire, ma non ce la fai. Ti accorgi che è proprio vero che a volte non bastano le parole per descrivere le sensazioni che provi. 
E poi arriva un altro servizio. E questa volta è il mitico Matteo Salvini che ti impedisce di voltarti indietro, dandoti la stangata finale:

“Liberi e indipendenti, da Roma e da Bruxelles! Bravo Grillo.”

Sul momento ti vengono in mente le pagine del tuo vecchio libro di storia e ti confondi tra strani feudi, guerre, rivoluzioni, fissi lo schermo e ci vedi dentro Machiavelli, Carlo VIII, Napoleone, Foscolo e i Colli Euganei (così, tanto per ricordare quanto eravamo liberi e indipendenti). E te ne stai li, muto, a chiederti il perché ti siano venute in mente quelle strane e sparute immagini, proiettate dal tuo subconscio. In seguito, ti chiedi come si fa, nel 2014, a predicare ancora idiozie del genere, come è possibile stuprare centinaia di anni di storia e storpiare a proprio piacimento significati lontani, ti chiedi come si fa a raccontare il nulla, a vivere in un’altra epoca, e ti chiedi come fa certa gente (o ggente) a crederci. Domande scontate, trite e ritrite, che ti sei fatto più volte, più o meno in situazioni simili a questa, e che ormai dovresti evitare di farti. Per un’istante un dubbio straniante ti assale e, a causa di un ovvio effetto collaterale del relativismo conoscitivo per il quale ti sei sempre battuto, arrivi addirittura a pensare che forse, tutto sommato, sia tu quello che ha qualcosa che non va, che sia tu l’alieno e che magari i leghisti e Grillo siano dei geni incompresi e non dei grandissimi idioti.

Ma tutto questo rimuginare non basta, non sai più quanti minuti siano passati da quando quelle frasi hanno iniziato a pietrificarti, potresti essere li da ore, hai le meningi a pezzi e non sei ancora riuscito a spiegarti molte cose, se non tutte.
Guardi fuori dalla finestra, li dove i suoni si mescolano fino a non distinguersi più, mentre il sole accarezza la stanza, e almeno capisci una cosa… forse è meglio chiudere il frigo.

G.S.

Quei gran festoni alla Camera

bagarre-camera

Cazzotti, urla, spintoni, un intero schieramento politico che scende dagli spalti all’assalto dei banchi di governo, insulti e accuse sessiste e infamanti, un gran festone alla Camera, per poi scorrazzare in giro per il Parlamento a bloccare commissioni a caso. 

La rabbia del “Nuovo” e del “Giusto” passa attraverso il “Siete qui solo perché brave a fare pompini!” dell’On. Cittadino De Rosa e il litigio da scuola elementare tra l’On. Speranza e un On. Cittadino Di Battista molto suscettibile, “Che fai, mi tocchi?”.

“Truffa!”, “Furto ai cittadini!”, “Regalo alle banche!”, sono invece le accuse più civili mosse in questi giorni contro il decreto Imu-Bankitalia, matrice primordiale di tanto caos. Ed è su questo, a mio parere, che dovremmo soffermarci, anche per capire che il “Nuovo” e il “Giusto” sono dalla parte del torto non solo sulle modalità usate per esprimere la propria protesta, ma sulla protesta stessa.

Prima di tutto iniziamo col dire che Banca d’Italia, al contrario di quanto sostengono i custodi delle verità a 5 stelle, non appartiene allo Stato, ma è proprietà di istituti bancari e assicurativi.
Storicamente la banca nasce con un processo di federazione delle banche pre-unitarie, successivamente si decise di non assoggettare l’istituto al Governo, una prassi praticata in molti Paesi in modo da garantire l’indipendenza delle banche centrali (cosa che i grillini saprebbero se avessero mai aperto un libro di economia politica).
Nel 1936 il suo capitale venne fissato al valore di 156 mila euro, 300 milioni di vecchie lire, e a tale valore era rimasto fino a pochi giorni fa. Una valutazione astorica e fuori dal tempo
Inoltre, per effetto delle aggregazioni bancarie degli ultimi vent’anni, le quote che prima erano proprietà di centinaia di casse di risparmio, molte delle quali prima pubbliche e poi privatizzate, si sono concentrate in due grandi gruppi, Intesa San Paolo e Unicredit che controllano rispettivamente il 30% e il 22%. Un oligopolio chiaramente eccessivo, anche se privo di influenza.

Col decreto la banca aumenta il capitale a 7,5 miliardi (l’ammontare è stato definito direttamente da Banca d’Italia, sulla base della rivalutazione di quella parte dei capitale che era legata all’attività di signoraggio) come farebbe d’altronde ogni società chiamata a portare il proprio valore vicino a quello di mercato.
Una rivalutazione che va a favore dei privati proprietari, certo, inquanto azionisti (forse si doveva fare qualcosa al tempo delle privatizzazioni); ma non proprio un regalo, poiché sulle quote rivalutate si dovranno pagare delle tasse che andranno a finire nelle casse statali. Inoltre gli azionisti dovranno portare, in tre anni, le loro quote sotto il tetto del 3%.
Qualcuno verrà a dire che l’operazione non è del tutto lecita perchè anche la Bce all’inizio era contraria, non considerando però che molte critiche provenivano dai Tedeschi, che non vedono di buon’occhio la rivalutazione delle concorrenti italiane.

Ora, il grillino medio sbraita e si indigna anche perché la questione Bankitalia è stata portata in Parlamento insieme al taglio dell’Imu: “È una furbata!”, “Una truffa!”, “Un ricatto!”. Semplicemente un errore grossolano, dal mio punto di vista, che ha offerto i fianchi alla rivalsa dell’antipolitica e che poteva essere evitato. Tuttavia il custode delle verità assolute pentastellate non considera, o semplicemente non ricorda, o magari non lo sa, che per tagliare la seconda rata dell’Imu servivano circa 2 miliardi e, non potendo alzare altre le tasse, si è optato per un aumento al 130% dell’acconto Ires e Irap versato proprio da banche e assicurazioni al fine di colmare parte dei costi. Quindi, lungi da me la parte di difensore dei banchieri, ma le due questioni hanno comunque un pochino di cose in comune… solo un pochino, sia ovvio!

G.S.

Aule senza coscienza

“Se i giovani si organizzano, si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano con i lavoratori e gli oppressi, non c’è scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e sull’ingiustizia.” (E. Berlinguer)

Padova, Via del Santo, Aula B3, esercitazione di macroeconomia. L’aula è affollata, mezz’ora prima della lezione, perché troppo piccola e l’appuntamento è troppo importante per non seguire. Al riparo dalla pioggia battente e dal gelo d’inverno, i più puntuali o più fortunati siedono con i volti impassibili e spenti, mentre la luce fioca non sembra sfiorarli. Qualche scranno vuoto spicca fiero tra la folla, ad emblema lampante di un posto occupato da qualcuno per qualcun altro che deve ancora arrivare. Attendono li, pazienti e annoiati. Un’accozzaglia di storie troppo diverse tra loro, ma in fondo così simili.
Altri arrivano dopo, neanche in ritardo, ma i posti ormai sono tutti esauriti. Si guardano attorno, qualcuno saluta, e piombano nell’aula di fronte, nella disperata ricerca di una sedia da usare. Un gesto istintivo compiuto senza rifletterci molto, un’azione individuale, il soddisfacimento di un proprio interesse.
Sembra la replica di una puntata già andata in onda appena quattro giorni fa, in cui l’aula era più piccola, le sedie aggiuntive ci entravano a malapena, mentre alcuni si accomodavano per terra e altri guardavano dalle finestre. “Meglio dell’altra volta”, qualcuno avrà pensato.

Ma al di là della scarsa organizzazione nella gestione delle aule, che studenti più anziani mi dicono sia un problema storico in quel di “Via del Santo”, a colpirmi è stata la completa apatia e indifferenza delle persone coinvolte nella vicenda. Nessuno, né tra gli studenti rimasti senza posto, né tanto meno tra quelli arrivati prima, ha detto o fatto qualcosa. Nessuno ha pensato di rivolgersi ai propri rappresentanti, di scriverlo su uno di quei social network che tanto amiamo e usiamo fino all’erosione delle tastiere, di scattare un a foto. Sarebbe bastato un commento ad alta voce perché il silenzio generale non mi facesse così tanta impressione. Ma mi sono sentito triste e impotente di fronte al vuoto che ho trovato in quella stanza così colma di gente, di fronte a quell’atmosfera opaca e surreale, ai loro sguardi fissi. E, ancor prima di agire, ho mollato anch’io.

Ventenni così vicini e così lontani, incapaci di comunicare tra loro, di organizzarsi e prendere l’iniziativa. Dov’è finito il movimento degli studenti, la sua coscienza di esistere, la sua storia? Mi chiedevo, osservando studenti difficilmente sovrapponibili a quelli delle passate generazioni che crescevano e conquistavano la propria autonomia attraverso contestazioni, conflittualità e opposizioni serrate.
La demotivazione ha buttato via la forza della protesta, l’apatia ha strangolato la bellezza degli ideali e l’individualismo ha preso il posto di quella che qualcuno in passato avrebbe chiamato coscienza di classe, mentre ovunque brucia osannata la follia del Narciso.
In quelle quattro mura ho osservato la fine di un mondo, che qualche film o libro di troppo mi ha portato alla luce. Naturalmente non è stata la prima volta che ne ho preso atto e non sarà neanche l’ultima, ma questa volta, lo ammetto, sono rimasto più colpito del solito.

G.S.

studenti