Aule senza coscienza

“Se i giovani si organizzano, si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano con i lavoratori e gli oppressi, non c’è scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e sull’ingiustizia.” (E. Berlinguer)

Padova, Via del Santo, Aula B3, esercitazione di macroeconomia. L’aula è affollata, mezz’ora prima della lezione, perché troppo piccola e l’appuntamento è troppo importante per non seguire. Al riparo dalla pioggia battente e dal gelo d’inverno, i più puntuali o più fortunati siedono con i volti impassibili e spenti, mentre la luce fioca non sembra sfiorarli. Qualche scranno vuoto spicca fiero tra la folla, ad emblema lampante di un posto occupato da qualcuno per qualcun altro che deve ancora arrivare. Attendono li, pazienti e annoiati. Un’accozzaglia di storie troppo diverse tra loro, ma in fondo così simili.
Altri arrivano dopo, neanche in ritardo, ma i posti ormai sono tutti esauriti. Si guardano attorno, qualcuno saluta, e piombano nell’aula di fronte, nella disperata ricerca di una sedia da usare. Un gesto istintivo compiuto senza rifletterci molto, un’azione individuale, il soddisfacimento di un proprio interesse.
Sembra la replica di una puntata già andata in onda appena quattro giorni fa, in cui l’aula era più piccola, le sedie aggiuntive ci entravano a malapena, mentre alcuni si accomodavano per terra e altri guardavano dalle finestre. “Meglio dell’altra volta”, qualcuno avrà pensato.

Ma al di là della scarsa organizzazione nella gestione delle aule, che studenti più anziani mi dicono sia un problema storico in quel di “Via del Santo”, a colpirmi è stata la completa apatia e indifferenza delle persone coinvolte nella vicenda. Nessuno, né tra gli studenti rimasti senza posto, né tanto meno tra quelli arrivati prima, ha detto o fatto qualcosa. Nessuno ha pensato di rivolgersi ai propri rappresentanti, di scriverlo su uno di quei social network che tanto amiamo e usiamo fino all’erosione delle tastiere, di scattare un a foto. Sarebbe bastato un commento ad alta voce perché il silenzio generale non mi facesse così tanta impressione. Ma mi sono sentito triste e impotente di fronte al vuoto che ho trovato in quella stanza così colma di gente, di fronte a quell’atmosfera opaca e surreale, ai loro sguardi fissi. E, ancor prima di agire, ho mollato anch’io.

Ventenni così vicini e così lontani, incapaci di comunicare tra loro, di organizzarsi e prendere l’iniziativa. Dov’è finito il movimento degli studenti, la sua coscienza di esistere, la sua storia? Mi chiedevo, osservando studenti difficilmente sovrapponibili a quelli delle passate generazioni che crescevano e conquistavano la propria autonomia attraverso contestazioni, conflittualità e opposizioni serrate.
La demotivazione ha buttato via la forza della protesta, l’apatia ha strangolato la bellezza degli ideali e l’individualismo ha preso il posto di quella che qualcuno in passato avrebbe chiamato coscienza di classe, mentre ovunque brucia osannata la follia del Narciso.
In quelle quattro mura ho osservato la fine di un mondo, che qualche film o libro di troppo mi ha portato alla luce. Naturalmente non è stata la prima volta che ne ho preso atto e non sarà neanche l’ultima, ma questa volta, lo ammetto, sono rimasto più colpito del solito.

G.S.

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