Il futuro dell’Euro e la teoria delle aree valutarie ottimali

Il 1 gennaio del 2015 la Lituania ha adottato l’Euro come moneta nazionale, diventando così il 19° paese dell’eurozona. L’esperimento europeo di un’Unione Economica e Monetaria (UEM), che fino a pochi anni prima della nascita era considerato alla stregua di un sogno visionario, oggi si presenta come un’area valutaria di oltre 300 milioni di abitanti, più popolosa di circa il 10% rispetto agli Stati Uniti. La moneta unica è usata anche da stati non facenti parte né dell’UE né dell’eurozona, in virtù di accordi bilaterali o a seguito di adozioni unilaterali.
L’esperienza europea oggi solleva numerose domande: sul perché si è giunti all’adozione di una moneta unica, che effetti ha avuto tale adozione sulle economie degli stati interni ed esterni all’UEM, quale futuro si prospetta per l’Euro e quali lezioni si possono trarre per altre potenziali aree valutarie, ad esempio il “Mercosur” in America Latina.

Non ci sono dubbi sul fatto che il processo d’integrazione monetaria abbia dato all’Unione Europea, e quindi agli stati che ne fanno parte, una posizione più forte a livello internazionale. Tuttavia è altrettanto innegabile che la sopravvivenza dell’Euro dipenda soprattutto dalla capacità o incapacità che esso ha di aiutare i paesi a raggiungere i propri obiettivi economici.

Nel 1999, lo stesso anno in cui l’Euro iniziò a circolare tra i primi undici stati, l’economista canadese Alexander Mundel vinse il premio Nobel per l’economia, «per la sua analisi della politica fiscale e monetaria in presenza di diversi regimi di cambio e per la sua analisi delle aree valutarie ottimali».
Se pensiamo all’adozione di una moneta unica come alla decisione, da parte di uno o più stati, di fissare il proprio tasso di cambio nei confronti di un’altra moneta, sappiamo che tale scelta può richiedere sacrifici economici, impedendo alla politica monetaria di alleviare l’impatto di shock di vario genere, ma può anche produrre benefici, aiutando, ad esempio, a tenere sotto controllo l’inflazione.
La teoria delle aree valutarie ottimali afferma che i costi e i benefici derivanti dall’adesione ad un’area di tassi di cambio fissi dipendono dal grado d’integrazione economica dei paesi aderenti: più le economie sono integrate, attraverso il commercio internazionale e il movimento dei fattori produttivi, più i tassi di cambio fissi sono convenienti. Riconducendo il discorso in campo europeo: più le economie che usano l’Euro sono integrate, più è conveniente la sua adozione e quindi la sua sopravvivenza.
Questa teoria, formulata agli inizi degli anni sessanta, è ancora oggi di vitale importanza, soprattutto se letta alla luce della crisi che ha attraversato l’eurozona e delle azioni messe in campo per superarla, poiché fa sorgere un dubbio che mina non solo la credibilità dell’Euro, ma l’esistenza stessa dell’UE, prendendo d’assedio le sue istituzioni e gli obiettivi che l’hanno vista nascere: l’Europa è un’area valutaria ottimale?

La caratteristica principale di un’area ottimale è costituita dall’integrazione commerciale tra i partner. Al momento dell’introduzione della moneta unica, la maggior parte dei paesi membri esportava dal 10 al 20% della produzione verso altri membri UE, cifre molto maggiori rispetto a quelle registrate dalle esportazioni verso gli Stati Uniti, ma più piccole se confrontate con gli scambi tra i vari stati federali USA. Tali cifre dunque potevano non essere sufficienti a ritenere l’Europa un’area ottimale a tutti gli effetti.
Tuttavia, le misure adottate in seguito all’Atto Unico Europeo del 1986, per promuovere l’integrazione del mercato, facevano ben sperare e la crescita del commercio dopo la nascita dell’UEM induceva a pensare che l’Euro avesse incoraggiato gli scambi tra i paesi membri, portando l’Europa sulla buona strada.
Uno studio più recente, condotto da Richard Baldwin, del Graduate Istitute of International and Developement Studies di Ginevra, ha ridotto considerevolmente le stime sul commercio all’interno dell’UE, arrivando a definire l’effetto massimo dell’aumento degli scambi dovuti all’introduzione dell’Euro di circa il 9%, circoscrivendo, inoltre, la maggior parte della crescita intorno al 1999, il suo primo anno di vita.

Un secondo fattore fondamentale per l’integrazione economica di un’area è costituito dal libero movimento della forza lavoro. L’Unione Europea garantisce la libera circolazione delle persone, delle merci, dei servizi e dei capitali, ma le principali barriere alla mobilità del lavoro in Europa non sono le ormai inesistenti frontiere. In genere, lingua e cultura giocano un ruolo fondamentale, le differenze tra i tassi di disoccupazione regionale negli Stati Uniti, ad esempio, sono più piccole e meno persistenti rispetto a quelle europee, dove la mobilità del lavoro sembra limitata addirittura all’interno dei singoli paesi.

Un altro elemento da considerare è la somiglianza delle strutture economiche, soprattutto per quanto riguarda la produzione. I paesi dell’area euro producono beni simili, ma con alcune differenze: le regioni dell’Europa Settentrionale possiedono migliori dotazioni di capitale e lavoro qualificato rispetto a quelle meridionali. La domanda principale è se l’integrazione monetaria europea contribuirà a rimuovere queste differenze, ridistribuendo capitale e mano d’opera qualificata, o se le incrementerà, incoraggiando la specializzazione regionale.

Infine, anche la capacità dell’UE di trasferire risorse economiche dai paesi con economie in buona salute a quelli in sofferenza merita una particolare considerazione. Negli Stati Uniti, ad esempio, gli stati relativamente poveri ricevono aiuti finanziari da parte del governo centrale, tali trasferimenti vengono ovviamente finanziati attraverso le tasse, mentre l’Europa attua un federalismo fiscale solo su scala molto limitata, soprattutto a causa di paesi che non vogliono traferire parte delle loro tasse a favore dei paesi più deboli dell’area. Tutto ciò riflette il bisogno di una maggiore integrazione politica oltre che economica.

In ultima analisi, l’Europa è ancora lontana dall’essere definita un’area valutaria ottimale. Affinché questo possa accadere, infatti, sono necessari progressi soprattutto nella creazione di un più integrato mercato del lavoro europeo, nella riforma dei sistemi fiscali e nell’intensificazione dell’unione politica. Ciò è di vitale importanza, poiché la stessa unificazione europea sarà in pericolo se il progetto dell’Euro non riuscirà a garantire prosperità ai paesi che lo adottano.

G.S.